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Elogio della farcia

marzo 28, 2011

 

Il ripieno è tutto. Siamo in crisi perché la pochezza di contenuti è diventata epidemica. Una pandemia di vuoto. Cosa mettiamo nei nostri cervelli, nei nostri cuori, nel nostro bagaglio teoretico e nella griglia etica? Cosa mettiamo dentro il tacchino? Domande da inserto culturale del Sole24Ore. Che possiamo rimandare (almeno per il tacchino) al prossimo dicembre. Oggi invece urge una prassi della farcitura.

La fretta, la noia hanno tolto alla cucina di casa quell’arte importante che prevede lo svuotamento degli organini interni di vario pollame e il seguente riempimento di carne/pane/verdure/uova o chissà cos’altro. O quelle tasche di vitello, quei rollè di manzo cosi ben farciti da portare il palato sull’orlo della sorpresa. Che gusto avrà? Che cosa ci troverò dentro?

La prassi della farcitura ha poi il vantaggio del contatto diretto con la materia. Niente sac à poche, ma solo le mani nude a contatto con l’animale ormai spennato. O macellato. Per i poveri vegetariani una blasfemia, ma per tutti gli altri l’occasione di mettersi in gioco con la realtà oggettiva. Il tacchino in sé e non l’idea platonica di tacchino. Quindi farcite, prima che sia troppo tardi (magari iniziate da una quaglia…)

Testi e disegni di Gianluca Biscalchin

Cibology credits 2011 – testi & disegni © Gianluca Biscalchin

 

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4 commenti leave one →
  1. marzo 31, 2011 10:14 pm

    mi piace. nella forma e nella sostanza, come dire nel tacchino e nella farcia.

  2. aprile 4, 2011 6:05 am

    io, che occasionalmente mangio trippa e nervetti e misto di interiora di agnello, sono quasi vegetariano: ovvero mangio poca carne e quando lo faccio cerco di “onorare” l’animale per me morto, riconoscendone appieno il sacrificio, la sua morte + quando cucinavo per lavoro, avevo grande piacere nel maneggiare tocchi di carne: osservare e tentare di capire la struttura del pezzo di carne o dell’animale che avevo per le mani, osservare le costole, le striature di grasso, le ossa ecc… come dire: se scelgo di avere per le mani un pezzo di carne macellata, e’ da responsabile riconoscere quel momento fondamentale che e’ stata la macellazione (spesso cruenta) dell’animale.
    molti di noi, abituati a polli sotto plastica e rolle’ di vitello gia’ preparati dal macellaio, hanno/abbiamo perso la consuetudine con la “morte’ del cibo che poi mettiamo in panza: male/come tacchini disconosciamo la morte (chi era, alice toklas che diceva all’inizio del suo libro che la cucina inizia con un delitto?? non ricordo…)…. ottimo questo tuo invito a mettere le mani nel sedere di un pollo e nelle budella di una tasca di vitello (ancorche’ gia’ puliti): buon modo per tentare di ritrovare legame con il cibo, quindi con la terra. io che mi nutrirei di fagiolini e patate, vorrei fare corso di macellazione: come dire: solo se conosci appieno, puoi avere atteggiamente sempre piu’ responsabile e rispettare quello che metti in panza.
    …. oddio, me venuto un pippone?? ciao
    stefano

  3. aprile 4, 2011 9:28 am

    @maite: forma e sostanza sono la misma cosa… il mezzo è il messaggio, come diceva un certo signore… ma in questo caso il mezzo è anche il MASSAGGIO!, come diceva sempre lo stesso signore…

  4. aprile 4, 2011 9:33 am

    @stefano: macché pippone. sono felice che le mia quattro chiacchiere provochino una riflessione così intensa.. è la dimostrazione che di cibo si può parlare a diversi livelli e con diversi contenuti… soprattutto contenuti farciti:)). Grazie mille

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