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Ricotta a Brooklyn

dicembre 10, 2010

 

Ricotta. Cotta due volte. Leggera, fresca, facile facile. Quasi banale nella sua semplicità. Una poveretta, insomma. Tecnicamente, non è neanche un formaggio. Si ottiene dal siero, a volte acidificato, che resta dalla lavorazione dei formaggi, quelli veri. È il parente povero della caciotta, un impostore plebeo che sgomita tra muffiti ed erborinati. Anche la ricotta nasce da buon latte ovino o vaccino, ma il suo status è popolare.

È quasi francescana nella sua umiltà, per questo ha avuto tanto successo nel medioevo. E ha colpito le fantasie proletarie di Pasolini. È così basica che si può fare in casa. Sì, ma perché autoprodurla? Perché non comprala più comodamente al supermercato? Perché oggi è il tempo del lusso autarchico. Del fare. Ma del farselo da soli. Magari il risultato non sarà un granché, ma volete mettere la soddisfazione di raccontare in giro che avete fatto la ricotta in casa? E magari trasformare la bravata casearia in un business. Come hanno fatto Betsy Devine e Rachel Mar a Brooklyn. La loro storia sembra un romanzo di Edward Morgan Forster shakerato con Jonathan Safran Foer. La cosa è andata così: le due ragazze partono per il viaggio d’ordinanza in Toscana.

A san Geminiano la folgorazione: incontrano Salvatore, giovane ristoratore locale che le introduce al buon vivere italico (all’estero ancora ci credono…), e le inizia all’arte di pecorino & co. Le due tornano a New York. A Brooklyn per l’esattezza, che non è la stessa cosa. È il laboratorio dei giovani che dalle università della Ivy League, girano le spalle a Wall Street e si convertono allo stile urban rural, quello dei contadini metropolitani. Hanno tra i venti e i trent’anni. Si fanno crescere la barba, si mettono le bretelle, i pantaloni di fustagno, non rinunciano a twitter, si rimboccano le maniche e si trasformano da manager ad artigiani. Producono cioccolata, birra, sottaceti, marmellate. Disegnano etichette new vintage, entrano nel circuito della distribuzione radical chic e fanno i soldi.

In questo contesto Betsy e Rachel decidono, con un occhio alla Toscana e uno al marketing anti-crisi, di fare ricotta. Iniziano in casa. Un disastro. Ma le ragazze sono in gamba. Ci riprovano. Ci riescono, E fondano la loro ditta di formaggi. Il nome? Salvatore, of course. Ora distribuiscono i loro prodotti in otto negozi del circuito alternativo bohemienne di Williamsburg e forniscono gli chef di Manhattan.

La foto di Rachel primeggia sulla prima pagina del New York Times sezione Dining & Wine. E suggerisce a tutti noi un nuovo modello di vita: il ricottaro ricco, altro che Pasolini. A meno che non si voglia continuare a scendere in ciabatte a comprare la ricotta, già fatta, inerte, rassegnata, nel supermercato in fondo alla strada. Contenti voi…

testi e disegni di Gianluca Biscalchin

Cibology credits 2011 – testi & disegni © Gianluca Biscalchin


 

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